Oggi la mitica postina mi ha consegnato un anonimo tubo di cartone una ristampa della locandina relativa alla Coppa Schneider del 1927 svoltasi a Venezia... la ristampa è meravigliosa ed arriva dalla Scozia ma l'autore del regalo è ancora anonimo. Spero di scoprire l'artefice di questo bellissimo regalo per dirgli almeno "Grazie" !
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lunedì 10 febbraio 2014
Regali inaspettati
Oggi la mitica postina mi ha consegnato un anonimo tubo di cartone una ristampa della locandina relativa alla Coppa Schneider del 1927 svoltasi a Venezia... la ristampa è meravigliosa ed arriva dalla Scozia ma l'autore del regalo è ancora anonimo. Spero di scoprire l'artefice di questo bellissimo regalo per dirgli almeno "Grazie" !
mercoledì 29 gennaio 2014
FIAT C.29
Dopo la bruciante sconfitta inferta all'Aeronautica italiana ad opera degli inglesi sulle acque veneziane nel nono appuntamento della Coppa Schneider (25 settembre 1927), lo Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare, sotto la pressione di Italo Balbo, aveva deciso di giocarsi il tutto per tutto per vincere l'edizione successiva che si sarebbe tenuta in Inghilterra nel 1929.
Tra le aziende che hanno "gonfiato il petto" e risposto alla chiamata la FIAT fa capolino decisa a mostrare le proprie capacità nelle costruzioni aeronautiche oltre che allo sviluppo di motorizzazioni.
Infatti l'azienda torinese non era sconosciuta nell'ambiente, avendo dimostrato di essere in grado di realizzare motori sufficientemente competitivi per partecipare alla corsa, voleva dimostrare anche la sua ingegneristica presentandosi al concorso con un modello completamente "made in Fiat", il C.29.
Piccola nota sul nome: C.29 sia l'acronimo di Corsa del 29, non ho fonti che mi possano confermare questa affermazione ma... è bello pensarla così!
La FIAT affidò alla sapiente matita dell'ing. Celestino Rosatelli la realizzazione del nuovo modello che, fin da subito, si contraddistinguette per una tecnica rivoluzionaria.
Piccolo, con un peso molto basso e una potenza eccezionale era un gioiello di meccanica, l'intero aereo venne realizzato e concepito attorno al motore come se alla FIAT si siano detto:
« Bene Signori, abbiamo un motore che deve volare. Mettiamoci due ali, un pilota e tutta la buona volontà per battere gli inglesi! »
Tecnicamente perfetto e con soluzioni invidiabili, non si dimostrò però un valido velocista rispetto ai modelli rivali in concorso. Con soli 1.160Kg a pieno carico e con il suo propulsore FIAT AS.5 che erogava 1000cv, il C.29 viene descritto come un velivolo difficile da gestire e condurre in gara.
Al suo arrivo a Desenzano, l'aereo venne affidato alle abilità del pilota Mario Bernasconi che fu protagonista di un incidente che portò alla luce gravi problemi di instabilità dell'aereo in tutte le fasi operative; da una prima analisi, si convenne che i problemi del velivolo erano imputabili ad un'errata posizione del redan negli scarponi.
La FIAT procedette con un ristudio dei galleggianti riuscendo a risolvere il problema ma, fin dal primo volo nel giugno del 1929 sotto la conduzione del Sergente Maggiore Francesco Agello, raffigurò ancora una volta come l'aero era instabile e di difficile conduzione.
Nella sua permanenza a Desenzano, il C.29, subì varie modifiche e altrettanti incidenti che indussero il prodotto FIAT avvicinarsi per soluzioni tecniche ai Macchi rivali in concorso.
Nello sviluppo fanno capolino anche il cupolino completamente chiuso e la colorazione rossa con relativa attribuzione del numero di serie N.129.
Le prove di velocità continuarono fino al 16 luglio dello stesso anno quando dopo una serie di voli, nella manovra di atterraggio i galleggianti incontrarono ad alta velocità un'onda generata dalla scia di un motoscafo che scatenarono nell'aereo una reazione improvvisa ponendolo in posizione verticale sulla coda.
Tra le aziende che hanno "gonfiato il petto" e risposto alla chiamata la FIAT fa capolino decisa a mostrare le proprie capacità nelle costruzioni aeronautiche oltre che allo sviluppo di motorizzazioni.
Infatti l'azienda torinese non era sconosciuta nell'ambiente, avendo dimostrato di essere in grado di realizzare motori sufficientemente competitivi per partecipare alla corsa, voleva dimostrare anche la sua ingegneristica presentandosi al concorso con un modello completamente "made in Fiat", il C.29.
| Prototipo alle prove di flottaggio e decollo. |
Piccola nota sul nome: C.29 sia l'acronimo di Corsa del 29, non ho fonti che mi possano confermare questa affermazione ma... è bello pensarla così!
La FIAT affidò alla sapiente matita dell'ing. Celestino Rosatelli la realizzazione del nuovo modello che, fin da subito, si contraddistinguette per una tecnica rivoluzionaria.
Piccolo, con un peso molto basso e una potenza eccezionale era un gioiello di meccanica, l'intero aereo venne realizzato e concepito attorno al motore come se alla FIAT si siano detto:
« Bene Signori, abbiamo un motore che deve volare. Mettiamoci due ali, un pilota e tutta la buona volontà per battere gli inglesi! »
Tecnicamente perfetto e con soluzioni invidiabili, non si dimostrò però un valido velocista rispetto ai modelli rivali in concorso. Con soli 1.160Kg a pieno carico e con il suo propulsore FIAT AS.5 che erogava 1000cv, il C.29 viene descritto come un velivolo difficile da gestire e condurre in gara.
Al suo arrivo a Desenzano, l'aereo venne affidato alle abilità del pilota Mario Bernasconi che fu protagonista di un incidente che portò alla luce gravi problemi di instabilità dell'aereo in tutte le fasi operative; da una prima analisi, si convenne che i problemi del velivolo erano imputabili ad un'errata posizione del redan negli scarponi.
La FIAT procedette con un ristudio dei galleggianti riuscendo a risolvere il problema ma, fin dal primo volo nel giugno del 1929 sotto la conduzione del Sergente Maggiore Francesco Agello, raffigurò ancora una volta come l'aero era instabile e di difficile conduzione.
Nella sua permanenza a Desenzano, il C.29, subì varie modifiche e altrettanti incidenti che indussero il prodotto FIAT avvicinarsi per soluzioni tecniche ai Macchi rivali in concorso.
Nello sviluppo fanno capolino anche il cupolino completamente chiuso e la colorazione rossa con relativa attribuzione del numero di serie N.129.
Le prove di velocità continuarono fino al 16 luglio dello stesso anno quando dopo una serie di voli, nella manovra di atterraggio i galleggianti incontrarono ad alta velocità un'onda generata dalla scia di un motoscafo che scatenarono nell'aereo una reazione improvvisa ponendolo in posizione verticale sulla coda.
La tragicità dell'impatto portò alla distruzione del N.129 ma senza conseguenze per il pilota F.Agello, la FIAT rispose fornendo immediatamente al reparto di Desenzano un nuovo C.29 con il numero seriale N.130 che già integrava le modifiche apportate nel N.129 ma la sorte non voleva proprio vedere questo aereo partecipare alla Coppa Schneider.
Passò poco tempo che il nuovo velivolo si schiantò nel lago, ancora una volta senza conseguenze per il pilota, quindi un nuovo restauro e ripresa dei voli con un nuovo seriale N.130bis.
Purtroppo la difficoltà di messa appunto e la fresca memoria dei due incidenti, spinsero la FIAT al ritiro dalla competizione lasciando spazio al più collaudato Macchi M.52r.
| foto di Luigi Gorena, marzo 1973 |
Che considerazioni si possono fare su questo velivolo? Sicuramente va ricordato come il banco di prova del motore FIAT AS.5 che solo qualche anno dopo, "gemellato", ha dato vita e concretezza al record di velocità che tutti conosciamo... tuttavia questo velivolo ha una linea che mi piace moltissimo, a tratti impacciata, a tratti filante che rappresenta un'icona di giunzione tra passato, presente e futuro. Volendo forzare un raffronto solo per divertimento... non vi viene in mente nessuna navetta spaziale di qualche film di fantascienza?
mercoledì 22 agosto 2012
Articolo "Ali nuove" - Macchi M.33
Ringrazio calorosamente un amico, che cortesemente mi ha inviato l'articolo relativo al Macchi M.33 che ho trascritto qui sotto. Buona lettura.
" Ritiratosi l'ing. Tonini, progettista capo della casa produttrice Macchi divenne Mario Castoldi. Sua prima affermazione fu il progetto dell'idrocorsa che avrebbe equipaggiato la squadra italiana per l'edizione 1925 della Coppa Schneider. Dopo lo "shock" diffuso tra i costruttori europei dalla dimostrazione di efficienza fornita dagli Americani nel 1923, si cercò dovunque di orientale le nuove costruzioni su concetti radicalmente più moderni e Castoldi passò al monoplano a sbalzo con arditezza di concezione. Come nell'M.19, l'ultimo idrocorsa Macchi, si scelse l'elica trattiva, con conseguente sistemazione arretrata dell'abitacolo. Sotto l'influenza dell'affermazione americana, il motore prescelto fu il Curtiss D.12, da 450CV, che fu installato su un castello sopra lo scafo, con una profilata carenatura e coi radiatori dell'olio sui lati con soluzione originale e non ortodossa.
Circa l'architettura generale dell'idrovolante poco altro può dirsi, dato che la formola monoplana a sbalzo semplificava straordinariamente iniziando una nuova epoca per simili apparecchi. Non va trascurato il fatto che fin allora tutte le macchine che si erano affermate - comprese le americane che dovevano portar via la Coppa dall'Europa - erano biplani di tipo più o meno perfezionato ed affinato, ma che tuttavia dovevano sacrificare non poco della loro velocità massima alla formola strutturale; passando al monoplano a sbalzo si faceva in realtà un progresso costruttivo nettissimo che avrebbe meritato fin dall'inizio miglior sorte.
Sfortunatamente ciò non avvenne perché memore del fatto di tanti promettentissimi idrocorsa che non avevano resistito a moti ondosi di qualche violenza, lasciando vincere vecchi residuati di guerra che invece tenevano il mare, Castoldi diede eccellenti qualità marine al suo M.33, che era ancora del tipo a scafo. A Baltimora però le condizioni di tempo furono buone, e ciò fu un male per i nostri due idrocorsa (numerati 6 e 7) che alle doti nautiche avevano sacrificato altrettanta finezza, risultando inferiori ai biplani a scarponi - del resto muniti di motori più potenti - degli Americani. Il velivolo di Moselli non potè prendere il via poiché non era stato montato in tempo; quello di De Briganti arrivò terzo, con la media di 217Km/h. Dopo questa lezione anche in Italia si abbandonò definitivamente la formula a scafo per idrocorsa, e l'M.33 passò all'addestramento dei piloti del Reparto Alta Velocità.
Le sue caratteristiche sono: apertura alare 10m; lunghezza 8.29; altezza 2.68; superficie portante 15 mq; peso a vuoto 975Kg, totale 1255; velocità massima 350Km/h. "
" Ritiratosi l'ing. Tonini, progettista capo della casa produttrice Macchi divenne Mario Castoldi. Sua prima affermazione fu il progetto dell'idrocorsa che avrebbe equipaggiato la squadra italiana per l'edizione 1925 della Coppa Schneider. Dopo lo "shock" diffuso tra i costruttori europei dalla dimostrazione di efficienza fornita dagli Americani nel 1923, si cercò dovunque di orientale le nuove costruzioni su concetti radicalmente più moderni e Castoldi passò al monoplano a sbalzo con arditezza di concezione. Come nell'M.19, l'ultimo idrocorsa Macchi, si scelse l'elica trattiva, con conseguente sistemazione arretrata dell'abitacolo. Sotto l'influenza dell'affermazione americana, il motore prescelto fu il Curtiss D.12, da 450CV, che fu installato su un castello sopra lo scafo, con una profilata carenatura e coi radiatori dell'olio sui lati con soluzione originale e non ortodossa.
Circa l'architettura generale dell'idrovolante poco altro può dirsi, dato che la formola monoplana a sbalzo semplificava straordinariamente iniziando una nuova epoca per simili apparecchi. Non va trascurato il fatto che fin allora tutte le macchine che si erano affermate - comprese le americane che dovevano portar via la Coppa dall'Europa - erano biplani di tipo più o meno perfezionato ed affinato, ma che tuttavia dovevano sacrificare non poco della loro velocità massima alla formola strutturale; passando al monoplano a sbalzo si faceva in realtà un progresso costruttivo nettissimo che avrebbe meritato fin dall'inizio miglior sorte.
Sfortunatamente ciò non avvenne perché memore del fatto di tanti promettentissimi idrocorsa che non avevano resistito a moti ondosi di qualche violenza, lasciando vincere vecchi residuati di guerra che invece tenevano il mare, Castoldi diede eccellenti qualità marine al suo M.33, che era ancora del tipo a scafo. A Baltimora però le condizioni di tempo furono buone, e ciò fu un male per i nostri due idrocorsa (numerati 6 e 7) che alle doti nautiche avevano sacrificato altrettanta finezza, risultando inferiori ai biplani a scarponi - del resto muniti di motori più potenti - degli Americani. Il velivolo di Moselli non potè prendere il via poiché non era stato montato in tempo; quello di De Briganti arrivò terzo, con la media di 217Km/h. Dopo questa lezione anche in Italia si abbandonò definitivamente la formula a scafo per idrocorsa, e l'M.33 passò all'addestramento dei piloti del Reparto Alta Velocità.
Le sue caratteristiche sono: apertura alare 10m; lunghezza 8.29; altezza 2.68; superficie portante 15 mq; peso a vuoto 975Kg, totale 1255; velocità massima 350Km/h. "
sabato 28 luglio 2012
Macchi M.33
Per inaugurare il blog vi presento quello che è in assoluto uno degli aerei che più mi hanno affascinato nel panorama degli idrocorsa degli anni '20, stiamo parlando del Macchi M.33.
Per chi non lo conoscesse il Macchi M.33 è il velivolo presentato dall'Aeronautica italiana durante la Coppa Schneider del 1925; seppur non vincitore dell'edizione, ha sempre generato e stimolato i sogni degli appassionati. Il disegno di questo aereo ha chiuso l'era in cui gli idrocorsa erano intesi come idrovolanti a scafo (ovvero in cui la fusoliera funge anche scafo per il galleggiamento); per passare hai più noti e diffusi idrocorsa a galleggianti.
Nel mio bozzetto ho voluto riproporre la linea del Macchi M.33 senza snaturarne le linee ma riadattandolo a linee e concetti moderni con una livrea che ne rimarchi l'appartenenza al mondo dell'Alta Velocità.
Questo post, tuttavia, rappresenta solo l'inizio di una serie di interventi sul Macchi M.33. Infatti uno dei miei progetti futuri è sicuramente quello di effettuare un re-design completo di questo progetto e perché no, riproporre il progetto compreso di ingegnerizzazione.
Vedremo cosa ci riserva il futuro, sicuramente un passo importante sarà la visita all'Archivio dell'Aeronautica Italiana previsto per settembre. Nel frattempo le idee di stanno delineando.
Per chi non lo conoscesse il Macchi M.33 è il velivolo presentato dall'Aeronautica italiana durante la Coppa Schneider del 1925; seppur non vincitore dell'edizione, ha sempre generato e stimolato i sogni degli appassionati. Il disegno di questo aereo ha chiuso l'era in cui gli idrocorsa erano intesi come idrovolanti a scafo (ovvero in cui la fusoliera funge anche scafo per il galleggiamento); per passare hai più noti e diffusi idrocorsa a galleggianti.
Nel mio bozzetto ho voluto riproporre la linea del Macchi M.33 senza snaturarne le linee ma riadattandolo a linee e concetti moderni con una livrea che ne rimarchi l'appartenenza al mondo dell'Alta Velocità.
Questo post, tuttavia, rappresenta solo l'inizio di una serie di interventi sul Macchi M.33. Infatti uno dei miei progetti futuri è sicuramente quello di effettuare un re-design completo di questo progetto e perché no, riproporre il progetto compreso di ingegnerizzazione.
Vedremo cosa ci riserva il futuro, sicuramente un passo importante sarà la visita all'Archivio dell'Aeronautica Italiana previsto per settembre. Nel frattempo le idee di stanno delineando.
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